Le PMI in Italia, diamo una scossa alla crisi!

Il settore delle PMI in Italia rappresenta oltre il 70% del fatturato imprenditoriale italiano, un dato elevatissimo se paragonato ad altri Paesi UE come Germania (47%) e Francia (55%). È facile capire i motivi di questa importante incidenza dal momento che, a partire dal secondo Dopoguerra, sono nati importanti distretti industriali in tutto il Paese per far fronte alla crescente domanda di beni di consumo sia in ottica B2B che B2C. Il Boom degli Anni Sessanta pone, infatti, le sue basi sul coraggio e l’intraprendenza di privati cittadini che hanno scelto di dare un contributo alla rinascita di un Paese distrutto dal secondo conflitto mondiale creando lavoro e ricchezza. Fino a qui sembra tutto bellissimo, una storia di speranza e duro lavoro che ha posto le fondamenta di una nuova Italia. Ma, purtroppo, ci siamo fermati lì.

Dopo la fine del Boom, tutto il mondo ha dovuto far fronte a una grave crisi petrolifera che ha messo in seria difficoltà il tessuto imprenditoriale, sia per quanto riguarda la grande industria, sia per le PMI. È proprio a questo punto che iniziano ad affiorare le prime contraddizioni che si sono via via amplificate fino ai giorni nostri. Le nostre piccole e medie imprese sono, per l’appunto, sempre o quasi state gestite dai discendenti dei fondatori, con risultati spesso altalenanti. La generazione nata tra l’inizio degli Anni Cinquanta e la fine degli Anni Sessanta ha goduto delle ricchezze accumulate dai genitori grazie al duro lavoro e, in molti casi, non ha acquisito una preparazione culturale adeguata al difficile compito di “portare avanti” l’azienda.

Il mercato attuale richiede competenze tecniche ed economico-finanziare precise per poter gestire un’attività in un’ottica globalizzata dove i clienti si fanno sempre più esigenti in termini di requisiti qualitativi, ambientali e organizzativi. Nel settore dell’Oil & Gas, per esempio, nell’ultima decade si sono moltiplicate le certificazioni e le approvazioni che un’azienda deve ottenere (e, soprattutto, mantenere) per avere l’opportunità di partecipare alle gare per i progetti più importanti. Un’approvazione di questo tipo necessita di un notevole sforzo da parte di diverse figure all’interno di un’azienda, dalla qualità alla produzione fino alla proprietà.

Risulta evidente quanto un manager debba essere competente per poter gestire situazioni di tale complessità con rapidità ed efficienza. Questo assunto però è in netta contraddizione con i dati che seguono:

  • Il 47,6% dei CEO di family business ha ottenuto al massimo un diploma di scuola superiore, spesso in ambiti non riguardanti l’attività aziendale
  • Di questi solo il 19,8% ha avuto un’esperienza all’estero

Il nostro dovere è scongiurare un ulteriore declino di questo settore strategico per il tessuto economico e sociale italiano. Dagli esempi di poco sopra è lampante come il punto di partenza debba essere proprio la competenza del management (specialmente della proprietà), che va poi a declinarsi in maggiore efficienza e redditività.

Noi, da liberali, crediamo nell’Impresa con la “I” maiuscola e facciamo di tutto per aiutarla. Ci poniamo infatti l’obbligo di portare proposte nuove, frutto delle nostre esperienze lavorative e di studio, per dare nuova linfa a un settore cardine della nostra economia.

Le proposte sono semplici e si possono sintetizzare in 3 capisaldi:

  • Competenza, Internazionalizzazione, Capitale Umano.

Competenza perché è necessario creare una classe dirigente moderna, in grado di far fronte alle sfide del mercato globalizzato:

  1. È necessario potenziare gli istituti professionali, sia in ambito scolastico che post-experience, per poter rimanere sempre aggiornati sui nuovi sviluppi dei mercati e delle tecnologie. Per citare nuovamente l’esempio del settore dell’Energia, è palese che il passaggio repentino da fonti combustibili fossili a rinnovabili richieda una grande conoscenza sia dei player sul mercato sia di opportunità e minacce presenti in un settore nuovo e in continuo divenire.
  2. L’imprenditore deve acquisire necessariamente una base di economia manageriale per poter gestire l’azienda, da qui l’importanza di promuovere corsi relativi a materie economico-finanziarie per l’impresa. 

Internazionalizzazione perché la partita si gioca in un unico stadio, il Mondo:

  1. È fondamentale sostenere iniziative di networking internazionale per manager ed imprenditori che permettano di fare esperienza all’estero. Si dovrebbero creare programmi che incentivino economicamente le imprese a scambiare personale strategico (manager o futuri tali) con altre aziende straniere dello stesso settore per periodi limitati di tempo (3/6/12 mesi).
  2. Conoscenza della lingua inglese: è imprescindibile per ogni manager o imprenditore. Lo Stato deve incentivare, tramite sgravi fiscali o detrazioni, la partecipazione a corsi di lingua inglese per il business. La barriera linguistica è un gap sempre più incolmabile per le PMI, dobbiamo cambiare rotta adesso.

Capitale Umano perché le persone sono il bene più prezioso che abbiamo:

  1. Favorire i contratti di apprendistato per i giovani con sgravi fiscali che permettano alle aziende di investire sul futuro
  2. Facilitare i rapporti tra PMI, istituti professionali e Università per un recruitment più veloce ed efficiente. Spesso, infatti, le PMI si affidano ad agenzie di collocamento per la ricerca del personale, con il risultato che i candidati scelgano spesso un’azienda piuttosto che un’altra per ragioni di prossimità geografica piuttosto che di prospettive professionali. È necessario sburocratizzare i rapporti tra istituti d’istruzione e imprese, per creare un mercato del lavoro basato sulle competenze necessarie e non sulla vicinanza.
  3. Incentivare i rapporti PMI-Università anche in ottica di Ricerca e Sviluppo. Importante, quindi, creare un rapporto di collaborazione che permetta ai ricercatori di aiutare un’impresa nella ricerca di nuove tecnologie produttive o di nuovi mercati.

Da queste proposte è chiaro come sia fondamentale cambiare radicalmente marcia e portare la nostra PMI al passo con i competitor europei e non. La forza dell’imprenditorialità italiana è sempre stata quella di adattarsi ai cambiamenti, ma, mentre i vecchi fondatori si facevano bastare la voglia di fare e l’ambizione, nascondendo efficacemente l’ovvia impreparazione culturale, i discendenti non possono certo permettersi lacune culturali evidenti in un mondo sempre più specializzato.

I nostri nonni hanno ricostruito un Paese devastato, a noi spetta mantenere e migliorare quanto fatto. È una sfida difficile e piena di insidie, ma Scossa Liberale c’è, sempre al fianco di chi ha ancora il coraggio di fare impresa.

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